Nel mondo delle certificazioni accreditate esiste un tema poco discusso, ma che negli ultimi anni ha iniziato a produrre effetti concreti per imprese, organismi di certificazione e stazioni appaltanti: chi può rilasciare certificati “validi” ai fini della partecipazione ai bandi pubblici italiani.

La questione non è soltanto tecnica. È giuridica, politica e, per molti aspetti, anche economica.

Il caso UKAS dopo Brexit

Il dibattito è esploso dopo la Brexit.

Nel 2023 il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4089/2023, aveva inizialmente escluso la validità delle certificazioni emesse da organismi accreditati UKAS nell’ambito degli appalti pubblici italiani. La motivazione ruotava attorno a un punto preciso: il Regolamento CE 765/2008 disciplina il sistema europeo di accreditamento facendo riferimento agli organismi nazionali degli Stati membri dell’Unione Europea. Dopo Brexit, il Regno Unito non rientra più in quel perimetro.

Pochi mesi dopo, però, la stessa Quinta Sezione del Consiglio di Stato ha cambiato orientamento con la sentenza n. 9628/2023, riconoscendo nuovamente la spendibilità delle certificazioni UKAS nei bandi pubblici.

Il motivo? UKAS continua a essere firmataria degli accordi EA MLA (European co-operation for Accreditation – Multilateral Agreement), cioè il sistema europeo di mutuo riconoscimento degli accreditamenti.

In altre parole: il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea, ma UKAS è rimasta all’interno del circuito europeo del mutuo riconoscimento.

EA MLA e IAF MLA: davvero così diversi?

Qui emerge il nodo centrale.

Dal punto di vista tecnico, il sistema EA MLA e quello IAF MLA si fondano su principi molto simili:

  • applicazione della ISO/IEC 17011;
  • peer evaluation tra enti di accreditamento;
  • mutuo riconoscimento internazionale;
  • controlli periodici e verifiche di competenza.

Non si tratta di sistemi improvvisati o privi di governance. Al contrario, rappresentano l’ossatura globale dell’infrastruttura della conformità.

Lo stesso ANAC, nel Comunicato del 9 giugno 2021, ha riconosciuto la spendibilità delle certificazioni rilasciate nell’ambito IAF MLA ai fini degli appalti pubblici e della qualificazione SOA.

Il punto critico nei bandi pubblici

Ancora oggi capita di leggere bandi che richiedono formulazioni come:

  • “organismo firmatario degli accordi EA MLA”;
  • “accreditamento ai sensi del Regolamento CE 765/2008”.

Formalmente sono richieste legittime. Ma il loro effetto concreto può essere molto restrittivo.

Infatti, queste clausole rischiano di escludere organismi accreditati da enti IAF MLA extra-europei, pur operanti all’interno di sistemi tecnicamente equivalenti e riconosciuti a livello internazionale.

Il risultato?

Aziende già certificate da organismi accreditati da enti come:

  • JAS-ANZ (Australia/Nuova Zelanda),
  • ANAB (USA),
  • CNAS (Cina),

si trovano talvolta costrette a duplicare percorsi di certificazione già esistenti per poter partecipare a specifiche gare italiane.

Questo significa:

  • nuovi audit;
  • nuovi costi;
  • tempi aggiuntivi;
  • duplicazione documentale;
  • aumento degli oneri amministrativi.

Tecnica o politica?

La vera domanda, oggi, è un’altra.

Ha senso che la distinzione tra certificazioni ammesse ed escluse dipenda più dal perimetro giuridico-istituzionale che dall’equivalenza tecnica dei sistemi di accreditamento?

Perché il punto non riguarda la qualità tecnica di una certificazione ISO rilasciata sotto accreditamento IAF MLA. Riguarda piuttosto il modo in cui alcune disposizioni normative e alcune lex specialis vengono interpretate o formulate.

Ed è proprio qui che il tema smette di essere “solo per addetti ai lavori”.

Perché quando un’impresa viene esclusa da una gara nonostante possieda una certificazione tecnicamente riconosciuta a livello internazionale, il problema diventa economico, competitivo e industriale.

Un dibattito ancora aperto

Il sistema europeo dell’accreditamento ha garantito negli anni un elevato livello di affidabilità e uniformità. Nessuno mette in discussione questo.

Ma allo stesso tempo il mercato globale della conformità si è evoluto. Oggi molte imprese operano in filiere internazionali dove le certificazioni IAF MLA rappresentano uno standard consolidato e pienamente riconosciuto in numerosi Paesi.

Continuare a mantenere criteri interpretativi fortemente territoriali rischia di creare un doppio livello di riconoscimento: uno tecnico e uno politico-giuridico.

Ed è probabilmente qui che il settore dovrà interrogarsi nei prossimi anni.